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L’UOMO CHE TESE IL SOFFITTO ASPIRANDO ALLE NUVOLE
22 Ottobre 2010 Bologna

Un uomo si alzò dal letto e iniziò a dipingere il soffitto di celeste. Uscì di casa e controllò che tempo ci fosse. Rientrò e aggiunse nuvole e vento. Uscì nuovamente e dette una seconda occhiata. Poi una terza ed una faticosa successiva. Era passato un quarto di ora. Rientrò e cancellò qualche nuvola aggiungendo qualche tocco di grigio e qualche raggio filtrato.

Si ristese sul letto per poter fissare il soffitto e percepì un tremore. Lieve, ma perpetuo. La luce tese un duello e la stanza si illuminò di pulviscolo e sospensione.

L’uomo uscì una terza volta e ri-fissò il cielo . Strinse le mascelle. Fu un segnale , ma non capì se lo fosse per se o per il cielo.
Rientrò senza accompagnare la porta. Il colpo smosse le foglie della sua pianta preferita. L’unica. Se ne accorse e se ne scusò. Rientrò in camera  e affievolì il grigio con un tocco di bianco, alleviò il vento e fermo le foglie con un gesto d’azzurro sporcato d’inverno. Si ristese e lo fissò. Restò teso , in ferma e rarefatta trepidazione. Sapeva che il tempo non gli avrebbe dato tregua. Sapeva che non avrebbe retto la sfida, ma non si arrese e per una quarta volta uscì.

Avvertì dell’affanno ed un cenno di ansia come quando le piante tremano sotto la pioggia insistente.

Fissò il cielo e forse sbuffò. Forse non se rese conto, forse chissà ,ma si raccolse in sé stesso. “Il cielo è pur sempre il cielo e un uomo resta pur sempre un uomo” – pensò. Ma non fu una resa, forse un limbo, forse una nuova cognizione di se, forse nulla, ma proprio nulla di tutto questo. Rientrò e riprese a dipingere. Aggiunse del bianco e poi lo ritoccò con del bianco affievolendo il vento fino a placarlo totalmente.

Il soffitto era quasi tornato ad essere un soffitto. “Almeno so dipingere” – pensò. Ma gli dette fastidio e si pose domande che ignorò quasi per dovere o per sopravvivere. Pensò che il soffitto potesse essere alzato  anche solo di qualche centimetro , anche solo di un soffio, anche solo di una illusione, ma si accorse che tutto sommato in piedi ci si stava bene o , per lo meno, era in piedi.

Uscì una quinta volta. C’era il sole, le nuvole, il vento, animi di quiete e rotolii di foglie. C’era il tempo che scorreva. C’era il tempo delle cose e il tempo del dire. L’uomo restò ad osservare.
Tentò di respirare un pò più a fondo e lasciò cadere il pennello. Rientrò e fissò il soffitto. ll suo soffitto…..quel soffitto. Rifece il letto e uscì e per tutto il tempo fissò il cielo, lo stesso cielo ed il movimento morbido delle nuvole.

Le nuvole non sezionano il tempo, ne sono complici. Le nuvole sono tempo trascorso, tempo che verrà e tempo presente.  Nel attimo in cui si osservano sono passato , presente e futuro.. L’uomo si rese conto che doveva lasciarle vivere nel tempo e che nessun soffitto poteva seguire il movimento delle cose, ma solo cristallizzarlo in un attimo indecifrabile di immobilità eterna. Il soffitto doveva, doveva essere assolutamente bianco e le nuvole dovevano assolutamente evolversi.

Anche l’uomo si evolve, ma può anche involvere.  Le nuvole no, non tornano mai ad essere quel che sono state. L’uomo, invece, involve e cerca riparo nei soffitti. Altre volte ancora corrompe la propria indole per convincersi dell’indispensabilità del soffitto.

Io ho conosciuto quell’uomo e non porta nome, non si identifica con nulla perché  è il nulla che si identifica in lui. Non l’ho più rivisto , ma lui sa di me, del mio soffitto, del mio osservare, del mio tempo e delle mie nuvole. Non so se mi conforta , se mi spaventa , se è mai esistito, ma dal’altra parte che senso avrebbe fermare le nuvole? Che senso avrebbe un soffitto che del tempo non ne fa vissuto ,ma solo impronta? Che senso avrebbe fermarle e ridurle alla mercé di un soffitto? Che senso avrebbe dare un senso al naturale trascorrere delle cose? Che senso avrebbe dare un senso al senso?

L’uomo tornò a casa, accostò la porta , annaffiò la pianta. Si sdraiò e fissò il soffitto. Bianco. Prese sonno e dormì per mesi interi.

Al suo risveglio il soffitto era del colore che voleva come le nuvole in movimento che seguono il vento che soffia sui tetti di tutti i soffitti.

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